Dormire sotto un portico. Trascorrere la notte in un dormitorio. Essere ospitati per qualche settimana da amici perché non si ha più una casa. Vivere in un appartamento sul quale incombe uno sfratto. Abitare stabilmente in uno spazio che non possiede condizioni adeguate di abitabilità.
Sono situazioni molto diverse tra loro. Cambiano la gravità, l’urgenza, le risorse ancora disponibili e le possibilità di scelta delle persone che le attraversano. Eppure hanno qualcosa in comune: mostrano quanto sia difficile tracciare un confine netto tra avere e non avere una casa.
Quando pensiamo alle persone senza dimora, l’immagine più immediata rimane probabilmente quella di chi vive in strada. È la forma più visibile e una delle più estreme dell’esclusione abitativa. Ma la strada rappresenta soltanto una parte di una realtà molto più articolata.
Per descriverla, nel 2005 FEANTSA, la Federazione europea delle organizzazioni nazionali che lavorano con le persone senza dimora, ha sviluppato ETHOS – European Typology of Homelessness and Housing Exclusion. La classificazione nasce per offrire un linguaggio comune con cui comprendere, misurare e confrontare l’homelessness e l’esclusione abitativa nei diversi Paesi europei.
Il suo punto di partenza, però, è ancora più interessante della classificazione stessa: prima di stabilire chi possa essere considerato senza dimora, ETHOS prova a definire che cosa significhi avere una casa.
Avere un tetto, avere una casa
Nella prospettiva sulla quale è costruita ETHOS, una casa comprende almeno tre dimensioni.
La prima è fisica: avere uno spazio adeguato nel quale vivere. La seconda è legale: poter disporre di quello spazio con una condizione sufficientemente sicura, attraverso un titolo che ne garantisca l’occupazione. La terza è sociale: avere un luogo nel quale sia possibile mantenere la propria privacy e sviluppare relazioni.
È dall’assenza o dalla compromissione di una o più di queste dimensioni che prendono forma differenti condizioni di esclusione abitativa.
Questa impostazione permette di comprendere perché avere materialmente un tetto sopra la testa non significhi necessariamente avere una casa.
Chi trascorre la notte in un dormitorio dispone di un riparo, ma non per questo di uno spazio proprio nel quale costruire stabilità e quotidianità. Chi viene ospitato temporaneamente da parenti o amici può vivere in un’abitazione adeguata, senza sapere però dove vivrà tra qualche settimana. Chi è sottoposto a uno sfratto può trovarsi ancora nella propria casa mentre la sicurezza di poterci rimanere è già compromessa. E un’abitazione può essere disponibile e stabile, ma trovarsi in condizioni tali da non essere adeguata alla vita di chi la occupa.
Proprio per questo ETHOS dispone queste situazioni lungo differenti forme di homelessness ed esclusione abitativa, rendendo visibili non soltanto l’assenza di un riparo, ma anche la precarietà, l’insicurezza e l’inadeguatezza dell’abitare.
Le diverse forme dell’esclusione abitativa
ETHOS individua quattro grandi categorie concettuali: senza tetto, senza casa, sistemazioni insicure e sistemazioni inadeguate. FEANTSA le articola ulteriormente in tredici categorie operative, costruite per descrivere situazioni concrete e utilizzabili nella ricerca, nelle politiche e nella programmazione dei servizi.
La condizione senza tetto comprende le situazioni più immediatamente associate alla homelessness: vivere in strada o in sistemazioni di fortuna e ricorrere a dormitori o strutture di accoglienza notturna.
Essere senza casa significa invece poter disporre di un luogo nel quale soggiornare, senza avere una propria soluzione abitativa stabile. Rientrano in quest’area, con caratteristiche differenti, le persone ospitate in strutture temporanee per persone senza dimora e altre forme di accoglienza previste dalla classificazione.
Già il passaggio dalla prima alla seconda categoria mostra una differenza importante. La presenza di un letto e di un luogo protetto nel quale trascorrere la notte cambia profondamente le condizioni materiali della persona, ma non coincide necessariamente con la disponibilità di una casa.
Con le sistemazioni insicure il confine diventa ancora meno immediato. ETHOS comprende in questa area, tra le altre, la coabitazione temporanea con familiari o amici dovuta alla mancanza di alternative, l’assenza di un regolare titolo di occupazione dell’alloggio, il rischio concreto di sfratto e alcune situazioni nelle quali la permanenza nell’abitazione è compromessa dalla violenza domestica.
La quarta categoria riguarda invece le sistemazioni inadeguate: strutture temporanee o non destinate all’abitazione, alloggi dichiarati impropri e situazioni di estremo sovraffollamento.
La classificazione italiana diffusa da fio.PSD conserva questa articolazione e mostra quanto ampio possa diventare il campo dell’esclusione abitativa quando lo si osserva attraverso le condizioni effettive dell’abitare.
Tra la persona che dorme in strada e la famiglia che vive in un’abitazione sovraffollata esistono differenze evidenti. ETHOS non le cancella. Permette piuttosto di riconoscere che la sicurezza abitativa può deteriorarsi in modi diversi e che l’assenza totale di un riparo rappresenta soltanto una delle possibili manifestazioni di questo processo.
In questo senso, la classificazione serve anche a evitare un rischio opposto: quello di utilizzare la stessa parola per descrivere condizioni talmente diverse da perdere la loro specificità.
La strada, il dormitorio, l’ospitalità temporanea, lo sfratto e un’abitazione inadeguata richiedono infatti letture e risposte differenti. Ciò che le accomuna non è l’identità delle esperienze, ma la compromissione, con intensità e caratteristiche diverse, di una o più dimensioni dell’abitare.
Ciò che vediamo più difficilmente
Alcune condizioni di esclusione abitativa sono immediatamente riconoscibili nello spazio pubblico. Altre possono rimanere quasi completamente nascoste.
Una persona che dorme in strada è potenzialmente visibile a chi attraversa una città. Una persona che da alcuni mesi passa da un divano all’altro nelle case di amici e conoscenti difficilmente lo è.
Eppure proprio l’ospitalità temporanea presso altre persone rappresenta uno degli esempi più ricorrenti di quella che la letteratura internazionale definisce hidden homelessness, homelessness nascosta.
L’OECD richiama questa difficoltà nei propri lavori sulla misurazione del fenomeno: le persone che non utilizzano servizi dedicati e trovano temporaneamente soluzioni informali possono sfuggire alle statistiche costruite principalmente attraverso dormitori, servizi o rilevazioni in strada.
La possibilità di rimanere temporaneamente a casa di qualcuno può rappresentare una risorsa importante. Una relazione familiare o amicale può evitare la strada e offrire tempo per cercare una soluzione. Ma la presenza di quella risorsa non rende automaticamente stabile la condizione abitativa.
La differenza sta spesso in parole apparentemente semplici: temporaneamente, perché non esiste un’alternativa, finché sarà possibile.
Sono condizioni più difficili da intercettare proprio perché si svolgono all’interno di normali abitazioni. Possono inoltre assumere caratteristiche differenti a seconda dell’età, del genere, delle reti familiari e sociali disponibili e delle possibilità di accedere ai servizi.
Allargando lo sguardo dalla strada all’abitare, cambia quindi anche ciò che diventa visibile.
La perdita della casa smette di apparire soltanto come un punto preciso — il momento in cui una persona rimane materialmente senza un tetto — e può essere osservata anche attraverso situazioni nelle quali la stabilità abitativa si sta progressivamente indebolendo.
Uno sfratto esecutivo non è la strada. Essere ospitati temporaneamente da un amico non è dormire in un dormitorio. Vivere in un’abitazione sovraffollata non equivale a non avere alcun riparo.
Riconoscere queste differenze è essenziale.
Ma è altrettanto significativo riconoscere che, molto prima che una persona diventi visibile nello spazio pubblico come “senza dimora”, la sua relazione con la casa può essere già diventata fragile, temporanea, insicura o inadeguata.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti di una classificazione apparentemente tecnica come ETHOS.
Non stabilisce soltanto dove collocare condizioni differenti. Allarga il campo nel quale impariamo a osservare l’abitare.
E mostra che una casa è fatta certamente di muri e di un tetto, ma anche della possibilità di restare, di sentirsi al sicuro e di disporre di uno spazio nel quale la propria vita possa trovare continuità.