Housing First: quando la casa diventa il punto di partenza

Per molto tempo, una parte importante dei servizi rivolti alle persone senza dimora è stata organizzata come un percorso a tappe.

Dalla strada si accede a una prima forma di accoglienza, poi a una sistemazione più stabile. Nel frattempo si affrontano problemi di salute, dipendenze, difficoltà economiche e relazionali, si ricostruiscono autonomie e si acquisiscono progressivamente le condizioni per vivere in modo indipendente. La casa rappresenta il traguardo di questo percorso.

È quello che nella letteratura internazionale viene definito staircase model, o modello a gradini: prima si costruiscono le condizioni per abitare autonomamente, poi si accede a un’abitazione.

Housing First propone di invertire questa sequenza: la casa diventa il punto di partenza dal quale affrontare le altre difficoltà e ricostruire il proprio percorso di vita.

Un cambiamento apparentemente semplice, che ha aperto una prospettiva diversa nelle politiche e nei servizi rivolti alle persone che vivono condizioni gravi e prolungate di homelessness.

Prima la casa

Housing First nasce negli Stati Uniti all’inizio degli anni Novanta con il programma Pathways to Housing, sviluppato a New York dallo psicologo Sam Tsemberis per persone senza dimora con problemi di salute mentale e bisogni complessi.

L’intuizione iniziale riguarda il rapporto tra abitazione e autonomia. Nel modello tradizionale la capacità di vivere in una casa viene considerata un obiettivo da raggiungere attraverso un percorso preliminare. Housing First parte invece dall’idea che disporre di un’abitazione stabile possa favorire proprio quel percorso.

La persona accede a una casa e riceve un sostegno personalizzato per affrontare le proprie difficoltà, sviluppare autonomie e costruire nuove possibilità. L’ingresso nell’abitazione avviene indipendentemente dal completamento di trattamenti terapeutici, dal raggiungimento dell’astinenza da sostanze o dalla dimostrazione preventiva di particolari capacità.

La casa costituisce quindi una componente essenziale di un intervento più ampio, che comprende anche il lavoro sociale, sanitario e relazionale.

Housing First Europe individua otto principi fondamentali che caratterizzano il modello. Tra questi figurano il riconoscimento dell’abitare come diritto, la possibilità di scelta e controllo da parte della persona, la separazione tra abitazione e trattamento, l’orientamento alla recovery, la riduzione del danno e un sostegno flessibile, centrato sulla persona e disponibile per tutto il tempo necessario.

Particolarmente importante è la separazione tra casa e trattamento. La disponibilità dell’abitazione viene garantita come condizione di stabilità, mentre gli interventi terapeutici e sociali vengono proposti e costruiti in relazione alle necessità individuali.

Questo permette di affrontare salute, dipendenze, difficoltà economiche e relazionali a partire da una situazione abitativa più sicura, attraverso un rapporto di collaborazione tra la persona e i servizi.

Il termine First indica dunque una precisa scelta nell’organizzazione dell’intervento: cominciare dalla casa per costruire, insieme alla persona, le condizioni del cambiamento.

Che cosa accade dopo l’ingresso in casa

Negli ultimi decenni Housing First è diventato uno degli approcci maggiormente studiati nell’ambito delle politiche di contrasto all’homelessness.

Le evidenze più solide riguardano la stabilità abitativa.

L’OECD, nel suo Toolkit to Combat Homelessness, raccoglie studi condotti in diversi Paesi dai quali emerge che, per persone con bisogni complessi, i programmi Housing First raggiungono risultati di stabilità abitativa superiori rispetto agli approcci tradizionali. È uno degli esiti sui quali la ricerca presenta maggiore convergenza.

Gli effetti sulle altre dimensioni della vita sono più articolati.

Alcuni studi rilevano miglioramenti nella salute mentale o una riduzione dell’utilizzo dei servizi di emergenza, mentre per altri esiti sanitari i risultati sono meno uniformi. Anche le relazioni sociali, l’occupazione e la qualità della vita seguono percorsi differenti, influenzati dalle condizioni personali e dal contesto nel quale si sviluppa l’intervento.

Del resto, chi ha trascorso molti anni in strada può portare con sé problemi di salute, esperienze traumatiche, isolamento, difficoltà economiche e relazioni interrotte. Sono situazioni che richiedono tempo, continuità e il coinvolgimento di professionalità diverse.

Housing First associa per questo all’abitazione un accompagnamento personalizzato, capace di adattarsi all’evoluzione dei bisogni.

La stabilità della casa offre però una base diversa dalla quale affrontare queste difficoltà.

Sapere dove si dormirà la sera successiva. Avere un luogo nel quale conservare le proprie cose. Poter chiudere una porta, ricevere qualcuno, organizzare le proprie giornate, costruire abitudini e ritrovare una dimensione di riservatezza.

Sono aspetti ordinari per chi dispone di un’abitazione stabile, ma possono rappresentare cambiamenti profondi per una persona che ha vissuto a lungo in condizioni di precarietà.

La ricerca sull’Housing First mostra come questa stabilità possa diventare il contesto nel quale affrontare altri problemi, con tempi e risultati differenti da persona a persona.

Anche in Italia il modello ha ormai una storia significativa.

Nel marzo 2014, con il supporto di fio.PSD, una rete di organizzazioni pubbliche e del privato sociale ha costituito il Network Housing First Italia, favorendo la diffusione di progetti, strumenti di monitoraggio e percorsi di valutazione.

Nel periodo 2017-2019 fio.PSD ha analizzato 31 progetti realizzati in 29 città di nove regioni italiane, che avevano coinvolto complessivamente 420 persone.

La valutazione ha considerato diversi aspetti: la permanenza nell’abitazione, il benessere delle persone, i costi, l’organizzazione degli interventi e i cambiamenti prodotti nel lavoro degli operatori e dei servizi.

L’esperienza italiana ha contribuito così a trasformare Housing First da sperimentazione di singoli progetti a un patrimonio di competenze e pratiche condivise.

Con la diffusione del modello è emersa anche l’esigenza di verificarne la coerenza con i principi originari. Per questo fio.PSD ha sviluppato strumenti di valutazione della fidelity, cioè del grado di fedeltà dei programmi agli elementi che caratterizzano Housing First.

È una distinzione importante: l’utilizzo di un appartamento è soltanto uno degli elementi del modello. A definirlo sono anche il ruolo riconosciuto alla persona, la libertà di scelta, il rapporto con i trattamenti e la continuità del sostegno.

Dall’intervento al sistema

Negli ultimi anni il dibattito si è progressivamente allargato, coinvolgendo l’organizzazione complessiva dei servizi e delle politiche abitative.

Accanto a Housing First si parla sempre più spesso di approcci housing-led. I due termini condividono la centralità dell’abitazione stabile, ma si riferiscono a modalità di intervento differenti.

Housing First è stato sviluppato soprattutto per persone che vivono condizioni di homelessness di lunga durata e presentano bisogni complessi, per le quali è necessario un sostegno intenso, multidisciplinare e flessibile.

Altre persone possono trovarsi senza dimora principalmente a causa della perdita dell’abitazione, di difficoltà economiche o dell’impossibilità di accedere a un alloggio sostenibile, pur disponendo di risorse personali e relazionali relativamente solide.

In questi casi, un approccio housing-led punta a favorire rapidamente l’accesso a una soluzione abitativa stabile, affiancandovi il livello di supporto effettivamente necessario.

La distinzione permette di costruire risposte proporzionate alle situazioni delle persone, riservando gli interventi più intensivi a chi presenta bisogni maggiormente complessi.

Housing First Europe sottolinea infatti che soltanto una parte delle persone senza dimora necessita dell’intensità di sostegno propria dell’Housing First. Un sistema orientato all’abitare può invece comprendere strumenti differenti, accomunati dall’obiettivo di favorire il raggiungimento e il mantenimento di una sistemazione stabile.

È qui che un modello nato per un gruppo specifico di persone contribuisce a interrogare l’intera organizzazione dei servizi.

L’OECD individua nel passaggio verso Housing First e housing-led uno dei principali cambiamenti delle politiche sull’homelessness dagli anni Novanta: una crescente attenzione alle soluzioni abitative stabili, affiancate da interventi personalizzati, rispetto alla permanenza prolungata in sistemazioni emergenziali e temporanee.

In questa prospettiva, i servizi di emergenza continuano a svolgere una funzione essenziale. Dormitori, accoglienza notturna e servizi di bassa soglia garantiscono risposte immediate a chi si trova in una situazione di grave difficoltà.

La questione riguarda il collegamento tra queste risposte e le opportunità successive.

Quando una sistemazione temporanea si prolunga per mesi o anni a causa della difficoltà di trovare un’abitazione, anche un servizio pensato per affrontare l’emergenza finisce per diventare una soluzione di lunga durata.

Un sistema orientato all’abitare cerca invece di collegare i due momenti: garantire protezione nell’immediato e costruire contemporaneamente percorsi verso una sistemazione stabile.

La realizzazione di questa prospettiva presenta sfide importanti. La disponibilità di alloggi accessibili rimane uno dei principali ostacoli alla diffusione dei programmi. Servono risorse economiche, équipe competenti, collaborazione tra servizi e un’integrazione efficace tra politiche abitative, sociali e sanitarie.

Anche la valutazione dei risultati richiede attenzione, distinguendo gli effetti ormai consolidati sulla stabilità abitativa da quelli che, in altri ambiti della vita, presentano evidenze più differenziate.

Rimane però centrale l’intuizione dalla quale Housing First ha preso avvio.

Nel modello a gradini, la casa rappresenta il risultato di un percorso di progressiva autonomia. Housing First propone una sequenza diversa: la possibilità di abitare stabilmente può diventare una delle condizioni attraverso le quali ricostruire quella stessa autonomia. È un cambiamento nell’ordine delle cose che apre nuove possibilità per le persone e invita a ripensare il rapporto tra abitare, sostegno e inclusione sociale.