Quando chiedere aiuto può fare paura: accesso ai servizi e politiche di rimpatrio

Entrare in una mensa, rivolgersi a un servizio sociale, chiedere assistenza sanitaria o cercare un luogo dove trovare riparo sono azioni che presuppongono qualcosa di molto semplice e, allo stesso tempo, essenziale: la possibilità di fidarsi abbastanza da chiedere aiuto.

Per una persona che vive una condizione amministrativa fragile o irregolare, a un bisogno concreto può però aggiungersi una domanda ulteriore. Che cosa significa rendersi visibili? Quali informazioni verranno richieste? Dove finiranno i propri dati? Rivolgersi a un servizio potrebbe avere conseguenze sulla propria situazione?

Sono interrogativi che acquistano oggi un significato particolare perché l’Unione europea sta modificando il proprio sistema dei rimpatri. Nel corso del 2026 Parlamento europeo e Consiglio hanno compiuto importanti passi verso l’introduzione di nuove regole comuni rivolte ai cittadini di Paesi terzi che non hanno diritto a rimanere nell’Unione. L’obiettivo dichiarato è rendere più rapide ed efficaci le procedure di rimpatrio, rafforzando gli obblighi di cooperazione e gli strumenti a disposizione delle autorità, all’interno di un quadro che richiama al rispetto dei diritti fondamentali e del diritto internazionale.

La questione, però, non riguarda soltanto ciò che accade nel momento in cui un rimpatrio viene disposto o eseguito. Può essere interessante osservare anche ciò che avviene molto prima: il rapporto che una persona costruisce con le istituzioni, con il territorio e con quei luoghi ai quali potrebbe rivolgersi quando ha bisogno di aiuto.

Quando un servizio è davvero accessibile

Un servizio può essere disponibile e, allo stesso tempo, risultare difficile da raggiungere. La distanza può dipendere dalla lingua, dalla conoscenza delle opportunità esistenti, dai documenti richiesti, dalle condizioni economiche o dalla possibilità concreta di muoversi. Per alcune persone può aggiungersi anche il timore che chiedere aiuto significhi esporre la propria condizione amministrativa.

Su questo tema il Consiglio d’Europa utilizza un concetto interessante: quello di firewall, una separazione tra l’accesso ai servizi essenziali e le attività di controllo dell’immigrazione. La Raccomandazione n. 16 della Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) applica questo principio ad ambiti diversi, tra cui salute, educazione, abitare, assistenza sociale, tutela del lavoro e accesso alla giustizia.

L’idea è molto concreta: le informazioni che una persona fornisce per ricevere assistenza dovrebbero rimanere legate alla finalità per cui sono state raccolte. La raccomandazione invita quindi a prevedere misure che evitino la trasmissione alle autorità migratorie dei dati delle persone che accedono ai servizi quando questa è legata esclusivamente alla loro condizione di soggiorno.

Anche PICUM, rete europea di organizzazioni che lavorano con persone prive di documenti, pone l’attenzione sulle possibili conseguenze che il timore di essere identificati può avere sull’accesso ai servizi. Una prestazione può essere disponibile e formalmente accessibile, ma la decisione di utilizzarla dipende anche dalla percezione che una persona ha del luogo al quale sta pensando di rivolgersi.

È su questo terreno che le nuove politiche europee sui rimpatri aprono alcune domande. Il rafforzamento degli strumenti di identificazione e delle procedure di allontanamento non significa che mense, ambulatori o servizi sociali diventeranno automaticamente luoghi di controllo. Diventa però interessante chiedersi quanto possa incidere sulla richiesta di aiuto il dubbio che rendersi visibili possa avere conseguenze sulla propria situazione amministrativa.

La questione riguarda quindi il significato stesso della parola accessibilità. Avere a disposizione un servizio è sufficiente perché una persona possa realmente utilizzarlo?

Quando le fragilità si intrecciano

La condizione amministrativa rappresenta soltanto una parte della vita di una persona e può intrecciarsi con molte altre difficoltà.

Una ricerca realizzata da FEANTSA e PICUM e pubblicata nel 2026 ha approfondito il rapporto tra irregolarità amministrativa, accesso all’abitazione e homelessness in Europa, attraverso l’analisi della letteratura e delle politiche esistenti, un’indagine che ha coinvolto 45 organizzazioni europee e successive consultazioni con gli operatori.

Il quadro restituito mostra situazioni molto diverse tra loro. L’assenza di un titolo di soggiorno può accompagnarsi a difficoltà nell’accesso all’abitazione, discriminazioni, sovraffollamento e sistemazioni precarie. La stessa ricerca evidenzia quanto sia difficile quantificare con precisione il fenomeno, anche perché una parte delle persone prive di documenti rimane fuori dalle rilevazioni ufficiali.

È un intreccio che interessa particolarmente i luoghi di prossimità. Una persona che cerca un pasto o una doccia, che chiede informazioni oppure ha bisogno di assistenza sanitaria può contemporaneamente attraversare precarietà abitativa, difficoltà economiche, lavoro informale, isolamento e incertezza rispetto alla propria situazione amministrativa.

Le politiche di rimpatrio entrano così in una realtà già complessa. La loro influenza può riguardare non soltanto l’eventuale allontanamento dal territorio, ma anche il modo in cui una persona vive la propria quotidianità e costruisce il rapporto con istituzioni e servizi.

Anche il progetto europeo MORE – Motivations, experiences and consequences of returns and readmissions policy, finanziato nell’ambito di Horizon Europe, sta studiando le conseguenze delle politiche di rimpatrio mettendo a confronto le esperienze delle persone direttamente coinvolte, di chi è chiamato ad attuare queste politiche e delle realtà che lavorano a sostegno delle persone migranti.

Guardare il fenomeno da questa prospettiva permette di formulare domande meno consuete. Cosa accade quando alla difficoltà di trovare un alloggio si aggiunge l’incertezza rispetto alla propria situazione amministrativa? Quanto può pesare, nella scelta di rivolgersi a un servizio, il desiderio di non rendersi visibili? Quali bisogni rischiano di rimanere nascosti quando una persona sceglie di non chiedere aiuto?

Non sono domande che riguardano soltanto chi vive questa situazione. Interrogano anche i servizi, perché ciò che rimane fuori dalla loro porta difficilmente può essere conosciuto e accompagnato.

La fiducia come condizione dell’accoglienza

È soprattutto da questo punto di vista che il tema riguarda anche una realtà come le Cucine Economiche Popolari.

Alle Cep arrivano persone con storie, condizioni di vita e situazioni amministrative molto differenti. Nello stesso luogo è possibile trovare un pasto, utilizzare i servizi di igiene personale, rivolgersi al servizio sanitario oppure chiedere ascolto e orientamento. Per accedere a ciascuna di queste possibilità, però, c’è un passaggio che viene prima: una persona deve scegliere di entrare e sentirsi nelle condizioni di formulare una richiesta.

A volte il bisogno è immediatamente evidente. In altri casi emerge soltanto con il tempo, quando la conoscenza reciproca permette di raccontare una difficoltà rimasta inizialmente sullo sfondo, chiedere un orientamento o affidare a qualcuno una parte più complessa della propria storia.

La fiducia assume quindi una funzione molto concreta. Non rappresenta soltanto una qualità positiva della relazione: contribuisce a rendere possibile l’accesso stesso.

È proprio questa dimensione a suggerire una domanda ulteriore: che cosa rende un luogo realmente accessibile anche per chi vive una condizione amministrativa incerta?

Una porta può essere aperta e una prestazione disponibile, ma rimane da capire se la persona si senta nelle condizioni di attraversare quella porta, chiedere ciò di cui ha bisogno e raccontare la propria situazione.

Il dibattito sulle politiche di rimpatrio continuerà inevitabilmente a interrogarsi sull’efficacia delle procedure, sulle garanzie riconosciute alle persone e sugli strumenti attraverso cui rendere effettive le decisioni di allontanamento. Accanto a questi aspetti ne esiste però uno meno immediato: ciò che può accadere nel rapporto quotidiano tra le persone e i luoghi ai quali potrebbero rivolgersi.

Nel valutare una politica migratoria, possiamo osservare anche ciò che accade prima che una procedura di rimpatrio abbia inizio: se le persone continuano ad avvicinarsi ai servizi, a chiedere informazioni, a raccontare i propri bisogni e a costruire relazioni con chi può accompagnarle.

Perché l’accessibilità di un servizio dipende certamente da ciò che riesce a offrire, ma anche dalla possibilità, per una persona, di sentirsi nelle condizioni di chiedere aiuto.


Fonti

  • Parlamento europeo, New EU system for return of illegally staying third country nationals, 17 giugno 2026.
  • Consiglio dell’Unione europea, Council and Parliament reach deal on returns of illegally staying third-country nationals, 1 giugno 2026.
  • European Parliamentary Research Service, A common system for the return of third-country nationals staying illegally in the European Union, 2026.
  • Consiglio d’Europa – ECRI, General Policy Recommendation No. 16 on safeguarding irregularly present migrants from discrimination, 2016.
  • FEANTSA – PICUM, Housing and homelessness of undocumented migrants across Europe: patterns, barriers, and ways forward, 2026.
  • PICUM, materiali su Reporting obligations and firewalls.
  • Commissione europea – CORDIS, progetto Horizon Europe MORE – Motivations, experiences and consequences of returns and readmissions policy: revealing and developing effective alternatives, 2023–2027.